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Steno Bredanensis

Steno Bredanensis

Steno Bredanensis
mammiferi

Punti Chiave

  • 🔹 Estratto da collezione in rete: biodiversity; MBLWHOI; blc; americana.
  • 🔹 Il nome di questo particolare delfinide è ispirato alla sua dentatura.
  • 🔹 Viene infatti chiamato volgarmente delfino dai denti rugosi, per via di creste verticali che attribuiscono rugosità ai suoi denti.

mammiferi Steno bredanensis (G. Cuvier in Lesson, 1828) Sanctuary”, volume preparato dagli autori per National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), Channel Islands National Marine Sanctuary and NOAA, National Marine Fisheries Service - Autori del volume: Leatherwood, Stephen, Stewart, Brent Scott, Folkens, Pieter A – pubblicato da: National Marine Sanctuary Program - Santa Barbara, California nell’anno 1987. Estratto da collezione in rete: biodiversity; MBLWHOI; blc; americana. Il nome di questo particolare delfinide è ispirato alla sua dentatura. Viene infatti chiamato volgarmente delfino dai denti rugosi, per via di creste verticali che attribuiscono rugosità ai suoi denti. Le fronte è poco inclinata e molto regolare, senza protuberanze.

Le creste sono strette e in numero variabile, da una ventina a poco meno di trenta, e si trovano sui denti delle mascelle inferiori e superiori. I denti per ogni lato di ogni mascella sono un numero compreso tra venti e ventotto. Anche questa specie mostra un leggero dimorfismo sessuale dimensionale, con i maschi che possono sfiorare i 3 metri di lunghezza (200-280 cm) e le femmine che superano di poco i due metri e mezzo (190-260 cm). Il peso, negli animali adulti, è compreso tra il quintale scarso ed il quintale e mezzo, anche se alcuni esemplari possono sfiorare i 160 chilogrammi. .

Il colore della livrea mostra tonalità grigie. Sul dorso e sulla pinna dorsale appare grigio scuro o molto scuro. La colorazione del dorso è definita all’interno di una linea ondulata che divide la colorazione dorsale da quella dei fianchi e che si erge di più in corrispondenza del centro del corpo. I fianchi appaiono grigio chiaro e in basso il loro colore sfuma nel bianco della colorazione ventrale. Verso il ventre i fianchi possono essere ornati da chiazze bianche, distribuite irregolarmente, che possono, in alcuni in dividui, essere sparse anche più in alto. In alcuni esemplari lo stacco tra colorazione dei fianchi e ventrale non mostra passaggi sfumati ma si osserva un brusco passaggio tra il bianco e il grigio, definito da un margine molto irregolare. Il bordo superiore della colorazione dei fianchi, spesso un poco più chiaro di questi, corre irregolare lungo il corpo del delfino, limitato dalla linea ad onda che distingue la colorazione dorsale da quella dei fianchi stessi. Sul ventre questi animali sono biancastri, con mascella inferiore e labbra comprese. Le parti descritte, soprattutto quella bianche, negli animali anziani possono mostrare talvolta tonalità gialline o rosate. A seconda delle zone geografiche, la colorazione può essere mediamente più chiara o più scura, ma questa tendenza può far parte talvolta della variabilità cromatica delle livree anche in una stessa zona. Il corpo di questo cetaceo appare relativamente tozzo, soprattutto in corrispondenza dell’addome, mentre la testa appare affusolata e con il becco che mostra un’attaccatura ampia e non distinta dal capo, ma termina stretto e affilato. Le pinne pettorali sono abbastanza grandi , con attaccatura leggermente posteriore rispetto ad altri delfinidi, la pinna dorsale è sviluppata (20-30 centimetri), da appena falcata a falcata, e la pinna caudale appare in due lobi e di forma quasi triangolare, con i margini anteriori da abbastanza rettilinei a relativamente curvi Si tratta di una specie dalle spiccate caratteristiche sociali.

Non sembrano esserci particolari regole che definiscono le aggregazioni di questi cetacei, perché i gruppi possono contenere da due individui sino a sfiorare il centinaio (50-90). Anche se si tratta di eventi eccezionali, i gruppi possono essere addirittura più grandi: alle Hawaii ne è stato osservato uno che contava 300 individui, mentre nel Mar Mediterraneo un altro di 160 individui. È anche possibile avvistare animali solitari. I gruppi che si osservano più frequentemente sono però formati solo da qualche decina di individui (10-25). I gruppi più grandi sembrano formarsi per qualche motivo specifico e si tratta quindi di raggruppamenti periodici e comunque di durata limitata. Generalmente si tratta di associazioni di gruppi più piccoli, formati ciascuno da qualche individuo (2-10). Questi delfini possono comunque formare gruppi misti temporanei con altri delfini, ad esempio con tursiopi o con stenelle. Talvolta riescono a formare gruppi con globicefali, pseudorche e persino megattere. Altre volte possono nuotare insieme a tonni pinna gialla. Pur non essendo socievoli come i tursiopi, talvolta si affiancano alle imbarcazioni “giocando” con l’acqua, talvolta invece rimangono indifferenti. Sono in grado di spostarsi velocemente in acqua e quando lo fanno si tengono sotto la superficie, lasciando uscire solo la pinna dorsale e una piccola parte della schiena. Possono anche spiccare salti e effettuare altri rapidi movimenti sulla superficie del mare.

Ciclo Vitale

Si tratta comunque di animali intelligenti che sono stati catturati anche per intrattenere il pubblico in delfinari. Oggi gli esemplari in cattività in queste strutture non sono probabilmente più di una decina. Le loro capacità sono simili a quelle dei tursiopi. La durata delle immersioni effettuate da questi animali è di circa una quindicina di minuti e la profondità mediamente raggiunta si aggira intorno ai 40-50 metri (70 max). Come altri delfinidi, per cacciare ed orientarsi sembrano usare l’ecolocalizzazione. Il loro sistema prevede l’utilizzo di segnali (click) cortissimi (2 decimi di secondo) e ripetuti, ad una frequenza piuttosto bassa. Per comunicare emettono anche suoni acuti (fischi). Questi, al contrario dei precedenti, sono suoni prolungati. Si tratta di una specie che abita le acque relativamente lontane dalla costa, oltre la piattaforma continentale, dove esistono fondali marini anche molto profondi. Spesso rimane in acque distanti tra i 2 e i 6 chilometri dalla costa. Nonostante ciò si osserva anche nelle vicinanze delle coste, ma dove i fondali sono comunque molto profondi. È stato osservato che la densità di questi delfini è maggiore in tratti di mare situati in corrispondenza di fondali profondi e interessati da correnti marine ascensionali. Sembrano costituire un’eccezione i delfini che vivono al largo delle coste del Brasile e dell’Africa Occidentale, che si osservano anche in acque costiere poco profonde.

Tra le prede del delfino dai denti rugosi si trovano soprattutto pesci e cefalopodi, soprattutto calamari. Tra i pesci individuati nel contenuto stomacale di esemplari morti, sono state identificate spesso grosse lampughe (Coryphaena hippurus), ma il dato riguarda popolazioni dell’Oceano Pacifico. Sempre per il Pacifico, sono segnalati come prede di questi cetacei anche pesci appartenenti alle famiglie Atherinidae (latterini), Belonidae (aguglie), Trichiuridae e Scomberesocidae. Tra i cefalopodi sono segnalate specie di mare profondo come Teuthowenia sp. e il polpo coperta (Tremoctopus violaceus), una curiosa specie pelagica atlantica e mediterranea. Sui predatori di questi delfini non si sa molto, ma è probabile che possano essere minacciati da grossi squali e soprattutto da orche. Questa specie abita acque superficiali, ma in zone di mare profondo. Predilige acque calde e perciò non si spinge, se non occasionalmente, a nord del 40° di latitudine e a sud del 35° grado di latitudine. Anche l’areale di questo cetaceo è poco conosciuto, ma si trova nel Pacifico Orientale ed Occidentale (Golfo di Thailandia, Golfo di California, Mar Cinese Orientale, Mar del Giappone, Mar dei Coralli, Polinesia e acque della Nuova Zelanda e del Cile), nell’Atlantico (Bretagna, Stati Uniti, Golfo del Messico, Mar dei Caraibi e acque del Brasile e dell’Angola), nell’Oceano Indiano (Golfo di Aden, Mar Arabico e Golfo del Bengala), nel Mar Rosso e nel Mar Mediterraneo. Nel Mar Mediterraneo la specie è considerata occasionale. In mare aperto i delfini dai denti rugosi possono rimanere immersi e quindi si perdono facilmente di vista. Anche in questo sta la difficoltà di poterli studiare e di aggiungere qualche dato alle informazioni che si possiedono su questa specie.

Morfologia e Aspetto

Alle Hawaii esiste una popolazione abbastanza fedele ai luoghi scelti. Alcuni ricercatori in questo caso hanno scoperto che due individui hanno effettuato un “viaggio” di circa 500 chilometri. Questo appare come l’unico dato attendibile relativo allo spostamento di esemplari di questa specie. Non potendoli individuare facilmente in mare aperto, appare difficile lo studio della biologia di questi animali. Sembra che abbiano una lunghezza di vita che si aggira intorno ai 35 anni, con le femmine che diventano sessualmente mature a circa 10 anni (dimensioni di circa 2,20 metri) ed i maschi a circa 14 anni (dimensioni di circa 2,25 metri). La maturità fisica è raggiunta intorno ai 16 anni di età. Attualmente non esistono dati sull’attività riproduttiva di questi animali, in particolare su accoppiamento, gestazione, parto e periodo che intercorre tra un parto e l’altro. Dai dati derivanti dalle osservazioni della specie in natura, non dovrebbe trattarsi di una specie in situazione critica e la classificazione dello IUCN considera l’attuale condizione di questa specie come poco preoccupante. I numeri degli esemplari stimati come esistenti al mondo sono infatti rassicuranti; ad esempio nel Pacifico Tropicale Orientale, le stime indicano in circa 150.000 il numero di esemplari che compongono le diverse popolazioni presenti in quella zona oceanica. Solo alle Hawaii ne sono stati stimali circa 20.o00 esemplari. La presenza sembrerebbe minore nell’Oceano Atlantico, con circa 3.000 esemplari osservati nel Golfo del Messico Settentrionale. Per l’Oceano Atlantico, però, ad oggi non si dispone di dati relativi alle altre zone geografiche.

Attualmente la specie non sembra minacciata da specifiche aggressioni dirette, se non in ristrette aree geografiche, come accade nel caso di altri cetacei. Pur esistendo invece minacce indirette per la sopravvivenza degli esemplari di questa specie, queste sembrano interessare solo una piccola percentuale degli individui presenti in mare. Nonostante le minacce, le popolazioni sembrano essere stabili e per questo non sono probabilmente necessari particolari interventi di tutela, se non quelli destinati ai cetacei in generale. Resta comunque la necessità di monitorare attentamente le azioni condotte in generale contro i cetacei, che interessano anche delfini dai denti rugosi. Gli spiaggiamenti di questi cetacei non sono frequenti e quando si verificano possono essere causati da differenti problematiche. Nei casi specifici la causa rimane spesso sconosciuta. Come altri cetacei, si ipotizza che anche questi delfini subiscano gli effetti dei suoni emessi dai sonar ad uso militare o civile, come le attrezzature per scandagliare i fondali. Altre ipotesi prendono in considerazione malattie parassitarie che colpiscono l’orecchio interno di questi animali. In ogni caso sembrerebbe anche che gli spiaggiamenti di massa possano essere causati anche dalla tendenza dei membri di un branco a non abbandonare gli esemplari in difficoltà. Al di là delle ipotesi relative alle cause, gli spiaggiamenti più significativi degli ultimi tempi sono stati osservati alle Hawaii, con 17 esemplari morti (1976) e in Israele, con 7 esemplari morti (1990). Lungo le coste atlantiche brasiliane, tra gennaio 1992 e dicembre 1998, si sono registrati un totale di 13 spiaggiamenti. Quasi tutti gli animali sono morti in zone dove lo sforzo di pesca e la piscicoltura erano maggiori, a testimoniare una probabile implicazione anche di queste attività nell’indurre gli spiaggiamenti di questi cetacei.

La pesca di questi delfini viene effettuata nei paesi che hanno una tradizione di caccia ai delfini in generale, come le Isole Salomone e Papua Nuova Guinea. La caccia è effettuata anche in alcuni paesi dell’Africa Occidentale, nelle Piccole Antille e a Taiwan (Formosa). In Giappone la caccia è effettuata con l’arpione in alcune regioni. Nel quinquennio 1976-1981 sono stati catturati in questo paese solo 23 di questi delfini e ciò spiega in effetti il basso o quasi nullo impatto della pesca sulle popolazioni di delfino dai denti rugosi. Paradossalmente appare quasi più aggressiva nei confronti della specie la pesca generica con le catture accidentali. Alcuni esemplari possono morire se catturati in mare aperto da reti derivanti (tipo spadare, soprattutto in Brasile), da reti a circuizione (ciancioli usati per la pesca del tonno, ma solo in Oceano Pacifico) e da reti da imbrocco. Questi cetacei possono rimanere vittima anche di palangari gettati in mare aperto. Sebbene anche qui i numeri delle catture accidentali non siano molto grandi, va ricordato che nel 1982, 36 di questi delfini sono morti in una sola rete. L’inquinamento incide anche su questi animali, che essendo all’apice delle catene alimentari marine tendono ad accumulare nei propri tessuti sostanze tossiche bioaccumulabili, come metalli pesanti e molecole contenute nei pesticidi finiti in mare. Queste sostanze tendono ad accumularsi nel grasso degli esemplari e sono soprattutto molecole come bifenili policlorurati (PCB), dichlor-difenil-dichlor- Ethen (DDE), toxafene e eteri di difenile polibromurato, presenti in varie percentuali nel mare a seconda delle zone geografiche.

Le sostanze citate, pur essendo rilevate nel grasso di questi delfini, sono solitamente meno concentrate nei loro tessuti, rispetto alle concentrazioni rilevate nei tessuti di altri delfinidi che vivono nelle stesse zone. Ovviamente, a seconda delle zone geografiche nelle quali vivono questi delfini, gli stessi potranno accumulare nei tessuti diversi tipi di inquinanti. Appare comunque necessario che la ricerca su questo animale venga implementata perché la sua gestione e la tutela in natura deve necessariamente prevedere una conoscenza migliore della specie, delle sue abitudini, dei suoi comportamenti e della biologia. Anche se la sopravvivenza della specie non sembra in discussione, va sempre tenuto conto che essa è costituita da sottopopolazioni che possono subire minacce forti e concentrate in determinate aree geografiche e rischiare di finire sull’orlo dell’estinzione. La caratteristica distintiva di questa specie è la mancanza di una fronte irregolare o piuttosto verticale, con il melone più o meno segnato. In questo cetaceo la fronte scende, dolcemente inclinata, dal capo sino al becco. Anche il becco, largo e quasi indistinto dal capo alla sua base, che diviene stretto e affilato in punta, è distintivo di questa specie. La specie può essere riconosciuta anche per le creste che si trovano sui denti. Durante un’osservazione approssimativa, come quelle che si effettuano spesso in mare, questo delfino può essere confuso con la stenella dal becco lungo (Stenella longirostris), che però mostra una linea scura che passa dall’occhio e tre bande cromatiche ben distinte di colore uniforme (dorso grigio scuro-fianchi grigio ghiaccio e ventre biancastro). Questa specie citata, comunque, non è segnalata nel Mar mediterraneo, ma in Mar Rosso.

Possibili Confusioni

Il delfino dai denti rugosi può essere confuso anche con il delfino pantropicale (Stenella attenuata), che mostra un atipica linea scura, che corre dall’occhio al becco, e la colorazione grigio chiara dei fianchi che, oltre la pinna dorsale, sale completamente, avvolgendo, il dorso con una banda. Si potrebbe confondere anche con il tursiope, che mostra becco più corto e tozzo ed una colorazione grigia maggiormente uniforme. controllata da un esperto dello specifico gruppo sistematico cui appartiene la specie descritta.

🧬Classificazione

Nome Comune

Steno Bredanensis

Nome Scientifico

Steno Bredanensis

Categoria ASPIM

mammiferi

Segnalazioni ASPIM

0 avvistamenti registrati

Stato di Protezione

Allegato II

Specie in pericolo

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